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sabato, febbraio 16, 2008

Caro amico psichedelico, è una giornata forte dietro il vetro. Anche se opaco. Nell’angolo dove sto so cercare la corrente puero-pulviscolare che attraversa la stanza (dove ormai non passo più molto tempo). Ci metto la mano. A tempo con una vecchia canzone. Colonna sonora che scorre come il flusso della polvere sospesa nel sole e nella stanza.

Te l’avevo detto: è una giornata forte. Ogni tanto mi sembra di chiudere gli occhi. Ma è diverso dal dormire o dal sognare. Verbi differenti. Are ere ire.

Lo vedi che gioco? Ieri sera avevo un po’ di entusiasmo. Come andare dai vicini di casa e chiedere un po’ di zucchero. Anche se all’inizio avevo pensato sale. Ma è amaro. Un po’ di entusiasmo. Forse la droga. Forse perché non sono più stanca. Ecco. Mi abituo.

Caro amico psichedelico in realtà ti ho pensato mercoledì sera mentre rincasavo con a. e volevo scriverti due parole simpatiche su queste giornate a tratti confuse.

Una bambina che mi tira a sé e mi bacia mentre ha una crisi epilettica. Voleva rassicurarmi che va tutto bene. Gli occhi smarriti e ti amo nell’abbandono di cui sei testimone e malata.

Ti ho baciato la testa più volte mentre strillavi. Da allora cosa posso fare? Cervello fritto. Mi han detto. E quanti sentimenti puoi avere mentre ti leghi ai polsi i calzini a righette. Anche tua madre con i capelli corti mi ha baciato stringendo forte le mie spalle.

E sul tram leggo un libro che è ancora più forte e se dico che voglio avere una stanza altrove per lavorare (e dico: Come Hemingway. Ha letto Fiesta?) qualcuno, che poi forse sei tu, mi parla di gravidanza. Tutte incinta. Sembra un’epidemia.

Io con il muso duro e la bocca secca, ogni tanto.

A quella persona eccezionale vorrei chiedere se ha un difetto. Forse è cattivo. Forse è un sarco-cinico.

Ma adoro i suoi golf, i suoi disegni, gli occhiali, la barba, le sembianze da nonno. Ogni tanto ti parlo e aspetto tue domande. Temo di non sembrare eccezionale. Però ultimamente mi sento donna. Mica poco.

Te lo ribadisco: mica poco.

La luce è andata via. I bambini dell’appartamento soprastante si allenano per la maratona di NYC.

Forse andremo a Berlino. Finalmente!

postato da: allostasi alle ore 17:47 | Link | commenti (3)
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martedì, dicembre 18, 2007

RICCHEZZA

MEZZA BELLEZZA

YEAH!

postato da: allostasi alle ore 21:35 | Link | commenti (7)
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lunedì, dicembre 10, 2007

Diversi giorni fa

 

Non sono andata a lezione perché mi rodeva. Senza specificare, poi, molto. Ora l’inchiostro è freddo e faticoso, stento a comunicare con questo foglio righettato.

L’ho capito da subito. Mi son svegliata tardi ed avevo mal di schiena. Mal di schiena gratuito, poi.

Considerare a prima mattina tutto ciò mi comporta una non colazione, un coro di colleghe/i sardonici, un feedback di confusione di intenti. Volevo una mattinata tra scrivanie cicche e pc.

Mentre andavo a pranzo con M ho ricevuto una telefonata crampigena. Lo stomaco ridotto a borsetta, poco più.

Torno a casa ciancicando vivident gusto verde e maledicendo le consapevolezze vacue ( vuoto a non rendere ) che gli altri tendono ad offrire. Anche senza far l’elemosina, io.

Il divano psichedelico non mi concede ulteriori intuizioni su come cambiare ora e subito.

 Ora. Subito ( ! ).

Mi rode tanto.

(ormai è una sensazione diluita. Fuori ha grandinato).

Mentre scrivevo tutto ciò mi ha telefonato D.

In realtà passa sempre tutto. Bere peroni davanti al Parco Nemorense fa bene.

 

giorni (fa) di disappunto

 

come Cosimo sull’albero (che, rifiutando un piatto di lumache, si oppose ad una famiglia mal apparecchiata), così oggi io mi son chiusa ritirata adirata in questa stanza.

Penso a Cosimo perché un tempo i rami del platano urtavano contro il vetro della finestra, ogni tanto bussavano, mi invitavano, ogni tanto ancora sedevo sul davanzale a fumare, poi fischiavo come un canarino (da bambina mi cibai appositamente di semini e mangime convinta di una mia metamorfosi in canarino. Dapprincipio doveva spuntarmi la targhetta argentea ad una caviglia, poi le ali pennute così da volare via…). buttavo fuori rapide spirali azzurrine.

I platani mimavano la pioggia,nascondevano la mia finestra rispetto agli altri palazzi, rendevano irritati congesti sinteticamente allergici gli altri ma non me.

La mia stanza è una capanna tra i rami, dislocata lontana rispetto al corridoio con le camere da letto, più vicina al portone ed alle scale, così da poter fuggire subito.

Dalla mia stanza sento il cane rumorosamente immerso nella ciotola e la gatta che mi reclama “aprimi che ti consolo io…”. Poi, in realtà, si stende sul letto, mi ruba spazio e mi fa rannicchiare. Non contenta pretende mezzo feudo di cuscino giallino. Ogni il mio sguardo le comunica disappunto ma lei sventola la coda distratta. Legge anche lei con me.

Litigare dopo un pasto fa male al pancreas, all’amigdala,al nucleo accumbens ed all’ippocampo.

Ho dormito ed ho dovuto utilizzare quel che la stanza offriva: una bottiglietta d’acqua, le sigarette,una cartella azzurrina con appunti ed articoli,gustavo il lettore emmepitre, se guardo c’è ancora la videocassetta di kodemondo, i libri del mio passato in conca, il dvd di “running with scissors in hands”, un’antologia greca, il manuale di neurologia clinica, un piccolo dizionario di tedesco, Urbis et Orbis, una chitarra elettrica, cartoni, polvere,una specie di mixer, un pc trombato dal tempo, bombolette, un peluche a forma di tartaruga sporco di vernice, un piccolissimo posacenere simil-scrigno, vecchi numeri di dylan dog e julia.

Come Cosimo ho fatto passare la giornata di ramo in ramo, un piede fuori di qui significava perdere il regno e, poi, la battaglia.  

postato da: allostasi alle ore 00:26 | Link | commenti (1)
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lunedì, novembre 12, 2007

Il sole. Poi il foglio è troppo bianco e i miei piedi poco aderenti al marmo così importante dell’isola tiberina. Felicissima di vivere la mia vita ma non riuscivo più a trovare il tempo e/o i soldi per sperimentare tale sensazione. I soldi per comprare una penna fluida, un biglietto aereo, per le sigarette, per un thè con biscotti, per un film che mi spieghi un paziente, un libro che mi racconti un’altra storia da sistemare, per un motorino che mi faccia scorazzare, i soldi per accedere a cose nuove. Le cose nuove ci ricordano chi siamo. Nelle cose nuove affrontiamo sempre le stesse cose ricordandoci cosa ci piace e cosa no, cosa vuol dire detestare e cosa ammirare, cosa pensiamo e cosa scegliamo… ma ho perso il filo del discorso, a tratti rivolto (il filo e, poi, il discorso) ad un piccione indiscreto che mi perimetra l’ombra forte sul marmo.

Il tempo, poi, c’è ma non è mio., sto sperimentando la disponibilità mental_organica, cercando di essere presente agli altri con molecole e metamolecole.

Tipo mi piace fuggire rapidamente furtivamente  dall’istituto con L: e scorazzare come 2 scugnizzi sul motorino. Senza neanche mettere il cappotto, la giacca. Mentre parliamo mi giro dietro, guardo tutto e osservo il cielo che ci lasciamo alle spalle. Varie diapositive. Diverse prospettive del mondo veloce che mi fa dire bello bello, bello anche così. Ripeto + volte “si sta bene. Si sta proprio bene”. L conferma ed urliamo ad un benessere che spesso ci manca.

E così anche questa mattina, che quella bestiola di micuggggina già ascoltava Damien Rice (essù) e io (l’importanza del pronome personale) ho visto il sole e questa Roma di palazzi con l’intonaco vivo e forte e il contrasto con quella cupola celestezzurrina eternamente nostra.

Dal divano vedi sempre il cielo, la rotta degli aerei, il crepuscolo pulviscolare di stelle, le nuvole sopra i panni stesi e sopra i tetti dove mi piacerebbe distendermi, avere una visione completa enorme cinematografica del cielo e, poi, del vento e, infine, di quell’organismo stentato che son io lì distesa.

Stendermi su quei pavimenti screziati e osservare fili. Cavi: neri pentagrammi disegnati sul cielo. E oggi che sono così felice non sono scesa alla fermata di piazza quadrata ma ho continuato fino all’isola tiberina.

Pensavo alle cose importanti mentre ascoltavo l’importanza della musica. La musica come la voce della mamma. Come il suo battito cardiaco, il ritmo tenue del respiro, i borborigmi accanto al sacco amniotico… sottofondo uterino del “tutto va bene perché sto qui dentro”. Cco quel che ho ascoltato con le mie prime cellule.

E ora non ho neanche un accendino per una cicca celebrativa di questo lieto momento di auto_appartenenza.

Ho 2 euro in tasca… ma ho imparato nella costanza del senzasoldisenzatempo a trovare efficaci soluzioni.

 

Poi ho tolto le cuffiette ermetiche e i gabbiani gridavano strascicati. Tanti gabbiani e 2 bionde nere figurine.

postato da: allostasi alle ore 18:20 | Link | commenti (3)
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lunedì, novembre 05, 2007

Today or tomorrow

 

Riepilogando. La coppia davanti a me si ama.

Inganno il tempo. Organizzo lo zaino. Ritardo di qualche ora la partenza. Non mi decido rispetto al RESTARE ed AFFRONTARE SERATE preconfezionate (non mi annoio ultimamente. Aspetto sinteticamente BUONE NOTIZIE. Ogni tanto arrivano inconsuete con una voce cordiale da call centerista ben addomesticato. Poi ci sono le Nuvole. Ma abbiamo brindato durante la serata. Abbiamo brindato ad una stima, ad un rapporto, ad una proporzione: giorni contro nuvole. Ho seguito con lo sguardo obliquo la cordigliera dei vari sorrisi. Poi ho pensato “finalmente mi piace”…volevo custodire questo pensiero…macchè…sciocca) oppure TERMINI PARTIRE e TOLLERARE i NERVOSISMI  ARANCIONI COME I LAMPIONI e LA NEBBIA senza CORNOVAGLIA e un PADRE che mi ha angosciato per 20 anni e ora sta investendo sui miei prossimi 40 anni di NEVROSI SPINTA.

Nella libreria alla mia destra campeggia diario di una schizofrenica di Sechehaye…

La genetica. La supero, la esprimo, la presumo in quelle rughe profonde dove metterci il dito. Come spesse circonvoluzioni cerebrali. Andare a guardare cosa ci sia.

Inutile affidarsi al crossing over. I geni stronzi son quelli stretti stretti ben saldi come quei denti, come quel sorriso. Ogni tanto, però, non sono più convinta. Ho dubbi estetici. Forse non mi piace.

Sull’autobus rosso veltroni (dopo il rosso tiziano e i piedi rossi di un cristo di Modigliani) vedo quel cielo atomico che bisognerebbe incontrare al confine con il suolo calpestato dell’urbe.

Promenades solitaires senza un cane.

E, mentre le guardo tutte, capisco che voglio appropriarmi delle atmosfere altrui, dei loro racconti e delle varie consapevolezze che un ciuffo di capelli dietro l’orecchio può consegnare (le motivazioni, l’abitudine, il passato. Le motivazioni dell’abitudine nel passato).

E così le palpebre declinate durante i dialoghi, così le ginocchia scolpite acute e quella, breve, sinuosa fossetta tra naso e labbro superiore.

Anche le sottili crepe tabagiste che accompagnano la sigaretta tra le labbra.

Se mi giro ora c’è il Dr. Gachet. Angosciato avrà fumato anche lui. La pipa, però.

Ho resistito poco. Son scappata con il cane più entusiasta (che mai. Che me). Trascinata per innamorarmi del cielo lattiginoso arancione alieno.

Chiedo da accendere.

Mi chiedono se sono straniera. Ho la musica nelle cuffiette ermetiche dentro il cappello di lana verde. Mimo con l’indice un NO.

La colonna sonora è la colonna vertebrale anche del racconto più silenzioso.

Infatti il cane sorride anche se non gli dico niente.

 

 

postato da: allostasi alle ore 14:52 | Link | commenti (4)
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giovedì, ottobre 18, 2007

L'INSONNIA COME MOMENTO LUDICO:

libri sparsi sul lettone come giocattoli nel box

" brilla brilla pipistrella

se sei ciucca sei più bella...

voli sghemba a notte fonda

ciucca marcia ma gioconda...

brilla brilla pipistrella..."

tratto da Alice nel paese delle meraviglie, L. Carroll

Pater noster

padre nostro che sei nei Cieli

restaci

e noi resteremo sulla tera

che qualche volta è così carina

con i suoi misteri di New York

e i suoi misteri di Parigi

che valgono almeno quello della Trinità

con il suo piccolo canale a Ourcq

e la sua grande muraglia in Cina

il suo fiume di Morlaix

e le caramelle alla menta

con il suo Oceano Pacifico

e le due vasche alle Tuileries

con i suoi bravi bambini e le cattive ersone

con tutte le meraviglie del mondo

che sono qui

semplicemente sulla terra

offerte a tutti

sparpagliate

meravigliate anch'esse della loro meraviglia

e col coraggio di non riconoscerla

come una bella ragazza nuda ha il coraggio di non mostrarsi

con le spaventose venture del mondo

che sono legione

coi legionari

con i torturatori

con i padroni di questo mondo

i padroni coi loro sacerdoti i loro traditori la loro soldataglia

con le stagioni

con gli anni

con le belle ragazze con i vecchi bastardi

con la pagliuzza della miseria a marcire nell'acciaio

dei cannoni

J. Prévert

le osterie

a me piacciono gli anfratti bui

delle osterie dormienti,

dove la gente culmina nell'eccesso del canto,

a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,

e i calici di vino profondi,

dove la mente esulta,

livello di magico pensiero.

troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto

malvissuto e scostante,

meglio l'acre vapore del vino

indenne,

meglio l'ubriacatura del genio,

meglio sì meglio

l'indagine sorda delle scorrevolezze di vite;

io amo le osterie

che parlano il linguaggio sottile di Bacco,

e poi nelle osterie

ci sta il nome di Charles

scritto a caratteri d'oro.

A. Merini

e, poi, esiste un eccetera svelto rapido sottile sfuggente come quel sottofondo di pensieri che borbottano dentro senza diventare coscienza. ogni tanto vorrei soltanto una buona notizia...schiocchezze sciocchezze. come non aver speso 12 euro per Julia Kent...miserie sconsiderate...sigh...

postato da: allostasi alle ore 12:07 | Link | commenti (4)
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sabato, settembre 29, 2007

rinCONCAre

come al solito torno a casa e non mi levo neanche la giacca, di lana e, poi, è viola. è questo il mio modo di essere straniera oppure (exeresi del pathos superfluo) si tratta della mia espressione evidente che, in ogni caso, domani ripartirò.

la gatta aderisce soffice al mio mento e scivola fino alla fossa giugulare, esiste un'anatomia dell'affetto che va rispettata. le rispondo tenue e poi le chiedo di parlarmi perchè ormai sono diversi anni che ci conosciamo e potrebbe pure rivelarmi COSE importanti. tipo " ho fame, dammi il cibo, riempimi la ciotola...". in realtà non ha mai ben scandito neanche un miao, mi destina più volte un MIè molto arruffato, insufflato gonfiato e via, non di certo arrotato.

ho capito che certe COSE si condensano, le ho viste sul parabrezza quando ho detto a mio zio "prendi la Salaria così ci sbrighiamo". anche se ridevamo e ridevano quelle goccioline mi han rievocato un umido funerale.

l'aeroporto dell'urbe, poi, non è cambiato. mi son distratta ad osservare le mignotte strette e costrette sulla strada. sedute stanche. fascino? le osservo tra le goccioline, i particolari si espandono ed io continuo a pensare agli eventi comici dello scorso (non so se definirlo recente o remoto.un mese fa è recente. la sensazione che ho è remota. anzi, sepolta) funerale. perchè certe COSE van dette subito, perchè ogni tanto si litiga e poi si piange, perchè anche gli aspetti comici si ingorgano dentro, perdono vigore e poi vaporizzano, porca miseria sì, come quelle goccioline. e mi chiedo anche se, scrivendone, perchè tutto sommato ne sento l'esigenza (scomoda, come una narice congestionata che nè cola nè è libera. è fastidiosa. in questo momento è tornato il cane. non è il mio cane. perchè non posso avere un mio cane?), quel funerale diventerebbe un festival del mio sarcocinismo o, peggio, la volgarizzazione (anche perversa) di un sentimento che non mi è appartenuto.

ciò nonostante la sensazione resta ad imbronciarmi la fronte, le mignotte hanno gli slip bianchi ed alcune delle chiappe enormi. un'altra (plumbea, sembrava un agglomerato grazioso di cemento grezzo, quello coi buchini come i buchini del bagnasciuga) era seduta con i pantaloni calati fino alle ginocchia e le mani a giocare con l'elastico dello slip. senza essere accattivante, senza stuzzicare nulla. un innocente passatempo.

mentre in macchina si svolgeva l'ennesima puntata del teatro familiare dell'assurdo ("cara, il nostro rapporto finirà con una capata..", bè...), decido di aerosolizzarmi anch'io se non c'è soluzione. tutta colpa della bonaccia evolutiva.già.

postato da: allostasi alle ore 22:48 | Link | commenti
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venerdì, settembre 21, 2007

UN'ESPERIENZA ANCHE OGGI MI è CAPITATA, CHE SPERO DI CAPIRE FRA QUALCHE GIORNO...(atto II)

torno a casa. mi rassegno alla luce che proviene da varie fonti:

1) quella reale, anche decisamente stellare, che sta ora declinando dietro un palazzo;

2) quella che immagino rassereni i prati di Villa Ada in questo momento. e se fossi realmente poetica e se credessi, poi, seriamente ai miei pensieri, ai miei presunti problemi ed al mio stato d'animo che non trova -tapino- oggi neanche un aggettivo, me ne andrei a poggiar chiappette sui prati di fine stagioneed a mescolare i miei umori con sigarette ridondanti, riflessioni sui bimbetti culoapunta e genitori affettuosamente delinquenti. ma sto qui. ho la faccia (blè, che termine cacofonico e tutta una serie di smorfie di disappunto...) aderente al tavolo IMPORTANTE ed attendo che la luce stellare vada a riscaldare l'altro emisfero.

3) quella di filippo il mio pc che è rimasto acceso mentre vagavo tra reparti, stanzeriunioni, viali, platani (ed ippocatani, lo volevo scrivere sì, momenti quasi dannunziani)...

ho trascorso la mattinata con J. sedute ad un tavolino a consumare il tempo scomodo del lavoro fumando. J non mi piace. perchè mi assedia con parole pesanti che cercano di schiacciare l'argomento di conversazione. mi piace, però, la sua voce. molto limpida. molto limpida anche quando elenca difetti e mancanze altrui. io sminuisco. lei non apprezza. le mie spalle sono rassegnate. nel frattempo fumo, penso al pomfo che è spuntato sul mio polpaccio sinistro, cerco di ricordare particolari di persone che magari non ho osservato attentamente, mi chiedo se ho fatto bene a mettere la gonna oggi, rifletto sulle ultime affermazioni di un mio ultimo amico (come se le avessi appuntate chissà dove), osservo il piattino con la scritta CUBA 2000, ho i piedi sollevati, in tensione, ad indicare la solenne soluzione: la fuga.

quando ritorno sul luogo di lavoro anche T mi invita a prendere un caffè. sto per cacciare fuori la lingua o lo scontrino o qualcosa (qualsiasi cosa) che possa testimoniare la concentrazione di caffeina nel mio SIMPATICO organismo, ma nulla...mi ritrovo nuovamente ad un tavolino (qualche traversa più in là) a bere caffè ed a fumare le sigarette di T. le mie erano finite nella precedente sessione.

T mi richiede un'attenzione maggiore, in realtà rifletto sul caso clinico che devo affrontare lunedì, su tutte le mie colleghe gravide che affollano l'istituto, mi chiedo chi sarà la prossima. guardo T e sto per domandargli "come ti senti ad essere il gallo del pollaio?" ma mi sembra molto preso dal suo discorso. forse sono dissociata, perchè tutto sommato confermo e do tono al SUO dialogo. T mi serve un complimento e penso "come è facile comprarmi con un complimento...", poi concludo ricordandomi che un superlativo esprime qualcosa di ipertroficamente falso.

infine sosto davanti all'acquario dell'istituto, mi accuccio assieme a dei bambini biondosurfisti ad osservare quel mondo tacito e mi sento improvvisamente meglio. anzi, forse sana...

postato da: allostasi alle ore 20:41 | Link | commenti (6)
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lunedì, settembre 10, 2007

INTOSSICAZIONE DA TARALLI PUGLIESI ( il pathos circolare )

 

La prospettiva è proprio diversa (esistono diversi avverbi da utilizzare ma la frase è stata interrotta da una telefonata, di cui ho sbagliato l’interlocutore e l’intenzione…). Anche un cane assume una dimensione più divertente e mi sembra di avere una nuova acuità visiva.

Dall’alto ( e mentre ci penso ricordo un racconto di Sartre, all’interno de “ il muro “…l’ho letto così tanto tempo fa che potrebbe essere mio figlio…) osservo i bravi labrador o golden retrevier che deambulano compatti nel loro tronco ma sfumati nei loro colori, nei loro padroni, nei loro ciuffi al vento che, non so perché, mi rendono proprio allegra. Strana danza di ciuffi e lingue penzoloni ben evidenziata dal marciapiede.

E, quindi, osservo le scollature ancora abbronzate, poi le borse con la zip chiusa e quelle distrattamente aperte, i tassisti che attendono con gli avambracci a sostenere il tedio di questa giornata tonda tonda come la piazza.

Il tipo in bici è già passato più volte. Adoro la sua giacca aerodinamicamente perfetta come se pedalasse verso il Gran Ballo delle Vite Aerodinamicamente Perfette o come se potesse trasformarsi in un super eroe. Sicuramente Paperinik con quella giacca. Però sta perdendo i capelli. Non ha ciuffi svolazzanti, quindi gira gira solo verso la quotidianità (eroica?).

L’angolo dove sta l’ottico mi ricorda Mociu. Perché lo attendevo lì quando stava per arrivare. (grazie Mociu perché venivi a prendermi e, poi, mi riaccompagnavi pure nonostante l’eccesso di alcool cronico…).

Il bar candido mi ricorda R. perché lì andavamo a mangiare i danesi.

La posta mi ricorda qualche guaio.

Accanto al cinema c’è la sezione dei DS, prima stava dietro, davanti a quella della DC, in via Sebino. Ora la DC non c’è più e non ho controllato cosa ci sia adesso, al suo posto. Distrazioni politiche.

Il cinema ha sempre una programmazione penosa. Mai entrata.

L’angolo su via Sebino ora è occupato da un’agenzia immobiliare e da un altro negozio (“antichità”….recentità…prima o poi creerò qualcosa del genere…). Un tempo c’era una vera bottega, che mia nonna chiamava latteria, e un negozio di dischi, che mia nonna chiamava negozio di dischi all’angolo, e ogni tanto comprava dei cd per noi nipoti sotto consiglio di chissà chi. E qualcuno in famiglia credeva che fosse un negozio aggiornato o all’avanguardia solo perché si trovava a Roma. Potrei persino ricordare le facce dei proprietari.

Via topino è solo paura. Troppi rumori. Via topino se la scendi dritta verso corso Trieste è deliziosa. Credo siano magnolie.

Conosco quei cortili interni, e non, a memoria. Li adoro perché stanchi di esistere. Ricordo pure le targhe dei vari professionisti. Ieri passeggiando le ho ricercate tutte (autismo da strada.ebbene sì).

Il portone mi ricorda Paolo. Riusciva sempre a parcheggiare davanti al portone, giusto giusto. Arrivava un po’ prima e mi sorrideva mentre attraversavo quel tunnel imbarazzante con il tappetino verde. Poi andavamo via.

Il citofono così preistorico mi ricorda Silvio, che mi bussò all’improvviso quando potevo averlo già dimenticato.

Le panchine centrali, sotto gli oleandri, mi ricordano Chiara. Sedute, con le scarpe immerse nella ghiaia. E mi ricordano il pazzo che ammazzava i piccioni con la pistola a piombini.

Ora ho scoperto che c’è anche un terrazzo ampio (dove distendersi su quelle mattonelle fresche) all’ultimo piano, ed una soffitta di cui mia nonna è proprietaria (ha lasciato tanto di avviso e cartello sulla porta. Eh…).

La donna al quinto piano si è già innamorata di me. Ed io che credevo fosse Susanna tamaro.

postato da: allostasi alle ore 10:23 | Link | commenti (7)
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lunedì, agosto 20, 2007

ARGUMENT[s]

sicuramente mi piace scendere giù in strada con le cuffie nuove che mi spingono passo dopo passo. è facile comprendere che mi creo ( o riesumo) un personaggio in quel momento. mentre affronto il vialone, che è buio e silenzioso, che è illuminato dalla cicca che sostiene il mio personaggio, che ha poi queste gambe che spuntano dal vestitino nero e raggiungono case altrui. quando si fermano davanti al portone e le cuffie ciondolano sul collo, vecchio ornamento urbano, tutto torna normale. persino accendere la TV ed ascoltare le minchiate ghignate di massimo coppola. che però, in realtà, un po' ti garba, un po' come trovare il compiacimento del personaggio con il capello corto solcato dalle cuffie e con gli ampi passi ben cadenzati dalla tua musica (la stessa che scandisce quell'unico sentimento che definisci rivoluzione, di cui vai fiera o, onestamente, quella musica sulla quale stai lì continuamente a rimuginare come se mescolandola ai tuoi pensieri ed, infine, ai tuoi passi potesse essere cosa tua...). e da questa parentesi ritorna, poi, l'appunto che hai scritto su un retrocopertina di un libro dell'Unità(epoca veltroniana). hai semplicemente pensato che ad una poesia ci puoi tornare. anche con un fiato diverso. un romanzo richiede sostanza organica e disponibilità. e che resti lì dentro e comodo, che se ne vuoi cacciare un sapore quanto un parere sia ancora caldo come mantenuto tra le pieghe lanose (copertose?insomma, perchè usare "avvolgenti"?) dei tuoi pensieri e che se, invece, resta scomodo (come mal digerito/come la briciola sotto il foglio mentre scrivi/come il poster che mostra la piega appena appeso), allora a quel libro a quel romanzo ci devi tornare....

ma ne vale la pena?

un po' come perdere tempo a guardare massimo coppola e chiedersi COSE.

poi guardo la micia. poi ho 3 paia di chiavi di casa più una macchina (automobile.bah). poi sto senza sigarette. poi sta mattina ho visto i nuovi scopettoni dell'AMA. goliardici nello stile. e lo stile è importante, sì.

(ascoltando la radio mi rendo conto che, fortunatamente, la lingua inglese è economica...prima o poi finiranno i sostantivi per metter su gruppi...).

sarò pure stupida ma non riesco a buttare le cassette...che fare?

postato da: allostasi alle ore 21:31 | Link | commenti (3)
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